Facciamo capire alla societÓ civile il rischio che corre la democrazia

 

21/03/06

 

La soddisfazione per il carattere deciso e unitario dell'Assemblea dei
delegati che si è tenuta Venerdì scorso a Roma, non ci deve fare
dimenticare che il problema della qualità dell'informazione riguarda
tutti i cittadini.

In altre parole, non possiamo più pensare di parlare solo fra noi di
temi importanti per la democrazia. Il rinnovo del contatto, nelle
parti normative e anche in quelle puramente economiche, è una sfida
cruciale sul futuro dei giornalisti e dell'informazione, che è un
servizio per tutti.

Dobbiamo quindi uscire dal nostro 'ghetto' e parlare alla società
civile. E se le telecamere non ci seguono, dobbiamo andarle a
cercarle noi, partecipando a eventi di rilievo, facendo in modo che
si parli delle condizioni di lavoro nei giornali e di libertà di
stampa.

E se le telecamere sono assenti, dobbiamo parlare ugualmente alla
gente, partecipando a convegni, assemblee, dibattiti culturali.

Insomma, per combattere il luogo comune che fa apparire i giornalisti
solo come privilegiati e arroganti show-man televisivi, dobbiamo
comportarci come 'missionari', andare cioè dove c'è la gente. Dove

le persone hanno bisogno e diritto di capire.

Propongo quindi la creazione su basi cittadine di unità di
comunicazione pronte a mobilitarsi ovunque vi sia occasione di s
spiegare alla gente le nostre ragioni e i pericoli sociali dovuti
all'intransigenza degli editori.

Unità di comunicazione che non usano però il 'sindacalese', nemmeno
più di moda fra i metalmeccanici. Con un linguaggio comprensibile, mi
viene da dire 'giornalistico', queste unità dovranno spiegare in
tutti gli ambiti possibili, dalle camere del lavoro alle università,
ai convegni e ai dibattiti culturali, poche cose, ma chiare.

1) Noi scioperiamo perché gli editori vogliono attaccare
l'indipendenza dei giornalisti. I giornali non sono una merce
qualsiasi, sono la rete di comunicazione del villaggio globale che
dev'essere correttamente informato, perché poi le opinioni siano
fondate.

2) La legge Gasparri ha impoverito le risorse destinate alla stampa e quindi
gli
editori vorrebbero ora fare pagare a noi e alla qualità
dell'informazione ciò che per debolezza concedono ai poteri forti.

3) La legge 30 sta producendo disastri fra le nuove generazioni e per
noi giornalisti aggiungerebbe, oltre alla precarietà del lavoro, un
grande pericolo per la libertà di espressione e per la democrazia:
infatti, il semplice diritto per gli editori di trasferire, magari in
affitto, i rompiscatole di turno, consentirebbe un controllo totale
sull¹informazione.

4) Anche la liberalizzazione dei contratti e la licenziabilità dei
colleghi da caporedattore in su, proposta dagli editori,
comporterebbe giornalisti ricattabili e controllati.

5) Con buona pace dei Ferrara e dei Vespa, i giornalisti sono
lavoratori come gli altri e per di più sopportano condizioni di
lavoro nero e compensi da fame.

Ciao, e cominciamo a pensare dove andare a farsi sentire....

Franco Capone
(Focus)